17 November 2011

Zygmunt Bauman all'Università Svizzera Italiana di Lugano.

Incontro con Zygmunt Bauman: 

"la modernità tra interregno e incertezza"




Un estratto audio dell'intervento del Prof. Bauman
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Il testo di Giovanni Zavaritt sul Corriere del Ticino del 17 novembre 2011
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01 November 2011

RITRATTI. LO SGUARDO RIFLESSO al CACT Centro d'Arte Contemporanea Ticino

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Pier Giorgio De Pinto, Strange Fruits, 2011

RITRATTI. LO SGUARDO RIFLESSO.
Jon Campbell, Andrea La Rocca

Project room: Pier Giorgio De Pinto_Strange Fruits 

Vernissage__sabato 3 dicembre 2011 alle 17:30

3 dicembre 2011 – 5 febbraio 2012 
[chiuso per festività natalizie dal 23 dicembre 2011 al 6 gennaio 2012] 

Ve-sa-do_14:00-18:00 


Dopo la mostra I RIFLESSI DELL’ACQUA LENISCONO I SEGNI, il cui tema si coagulava attorno al concetto di storia e di coscienza storica, di viaggio, di erranza e diaspora come indispensabile evoluzione osmotica, RITRATTI. LO SGUARDO RIFLESSO intende affrontare il tema universale del ritratto e dell’autoritratto: non già attraverso una lettura strettamente tradizionale e storica, bensì analitica.

Gli artisti in mostra sono Jon Campbell (D, 1982), Pier Giorgio De Pinto (CH, 1968), Andrea La Rocca (I, 1983).

 Andrea La Rocca, Protège-moi, 2011


Affrontare il tema del ritratto oggi non è possibile, senza considerare un tardo 800 e un 900 che hanno, attraverso il concetto di avanguardia, soggettivato non solo l’arte, bensì anche – giocoforza – la maniera di guardare e vedere un’immagine. Se la filosofia riconosce nel ritratto una mera rappresentazione del reale, per la psicoanalisi d’inizio secolo l’approccio iconologico all’immagine diviene più complesso, per quanto attiene alla frammentazione continua tra io e sé, tra reale e surreale e/o iperreale.

 Andrea La Rocca, Onan, 2011 (video)


Riposizionarsi oggi entro un ambito inafferrabile come quello del linguaggio artistico, e in un’epoca di grandi mistificazioni comunicazionistiche, finanziarie e, più genericamente, meramente virtuali, diviene processo interpretativo necessario.

Se da un lato Jon Campbell si sofferma sul concetto di identificazione col modello ritratto attraverso l’uso di un mezzo tradizionale quale la pittura figurativa, Andrea La Rocca fonde, in tre sale, le sue ossessioni sessuali riflesse nel ritratto comportamentale di una società borghese (e dei suoi paradossi) attraverso un approccio analitico verso una ridefinizione delle identità comportamentali e sociali. Tre sale per, rispettivamente, il ‘maschile’, il ‘femminile’ e la ‘darkroom’ quale momento di sublimazione erotica e di fusione dei generi, nonché tra spettatore e artista. I mezzi ch’egli utilizza sono svariati, fotografie, disegni, video, elementi di luce a ricreare spazi infiniti di percezione interiore all’interno di uno spazio finito quale è il confine di un museo.

 Pier Giorgio De Pinto, Strange Fruits, 2011


Pier Giorgio De Pinto, con un progetto dal titolo STRANGE FRUITS, riassume più spazi mediali. Proiezioni video e disegni con grafite su carta nera sono principalmente i suoi specifici mezzi di produzione. La mappatura del corpo come genius loci personale riferito ad una psico-geografia ben precisa è tra i suoi temi, cui l’artista sta lavorando prendendo spunto tematico dal mondo televisivo e dal cinema, o, anch’egli, dal societale che ci circonda. Se l’uso del corpo è stato per tanti anni banalizzato proprio dalla televisione e dal mezzo di comunicazione di massa, ecco che De Pinto ribadisce l’importanza fondamentale del linguaggio artistico per rielaborare analiticamente ciò che per anni ha funzionato come iconografia dominante e stereotipo del comportamento umano e sociale. Ridare quindi provocatoriamente un significato iconologico e politico all’immagine.

 Andrea La Rocca, Protège-moi, 2011


Tre artisti e tre linguaggi diversi per esprimere in maniera approfondita il guardare, l’osservare e il rappresentare in maniera irreversibile, circolare e intercambiabile, l’altro, gli altri e se stessi, la società in cui viviamo e che si guarda riflessa in noi. Campbell lo fa attraverso un piacevole e interessante ritorno retroguardista alla figurazione e al modello da compenetrare; La Rocca, attraverso un costante processo di performativa marginalizzazione dei mezzi di produzione entro un’evoluzione liquida dell’installazione/performance; De Pinto vanificando la dicotomia sempre più marcata tra società reale e virtuale, tra produzione delle immagini stereotipate, reinserendo nel suo discorso lo sguardo vigile dello spettatore.

30 October 2011

SHUNGA la CACTyou! Fanzine #4 a firma di Massimo Vitangeli

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Sta per uscire la CACTyou! Fanzine numero 4 interamente realizzata dall’artista Massimo Vitangeli.


Massimo Vitangeli, SHUNGA, CACTyou! Fanzine #4, 2011


Così si esprime lo stesso artista sul suo prodotto artistico-editoriale:


[…] Shunga è l’espansione di In Cold Blood, un lavoro costituito da una serie di stampe erotiche presentate in occasione della mia personale al CACTicino nell’ottobre del 2010. Gli Shunga, termine giapponese che letteralmente significa “immagini della Primavera”, sono opere a soggetto erotico considerate oggi tra le più significative espressioni della corrente artistica dell’Ukiyo-e -mondo fluttuante- del periodo Edo. All’epoca vennero considerati immagini di carattere pornografico in dissenso con la dogmatica morale neoconfuciana, sostenuta dalla casta dei Samurai che controllava il governo centrale del Giappone. Gli Shunga furono espressione di un’ideologia e suggeriscono particolari analogie con la contemporaneità nella quale echeggia la filosofia del flusso e della trasformazione, che si oppongono alla pesante oppressione che esercitano il sociale e la politica sul ruolo e sull’identità. Per questo ed altri motivi, ostaggio del destino, ho voluto ideare la fanzine qui, in Ticino, tra gli echi che scivolano immanenti dal Monte Verità, a me molto caro. Per sentirmi un po’ libraio ambulante a prestito di edizioni erotiche per un pubblico di amatori d’arte, e per avere gli Shunga nel mio baule di guerriero per preservarmi dalla distruzione e condurmi alla vittoria, come accadeva nel periodo Edo. E anche per la fortuita coincidenza della mostra Shunga. Arte ed eros nel Giappone del periodo Edo all’Heleneum di Lugano, inaugurata nell’ottobre del 2010, poco dopo la mia. Ma soprattutto per avventurarsi dove la nostra coscienza non arriva, con una visione astigmatica della realtà. […]


Massimo Vitangeli, SHUNGA, CACTyou! Fanzine #4, 2011



SHUNGA the CACTyou! Fanzine #4 by Massimo Vitangeli

The CACTyou! Fanzine number 4 will be released within few days. It is entirely conceived and made by the Italian artist Massimo Vitangeli.





The artist himself so explains his artistic-editorial work:


[…] Shunga is the extension of In Cold Blood, a work comprising a series of erotic prints presented in my one-man show at the CACTicino in October 2010. Shunga is a Japanese term that means literally “image of Spring”: Shungas are works with an erotic topic that are now considered to number among the most significant expressions of the Ukiyo-e – or “floating world” – art movement from the Edo period. At the time, they were considered to be pornographic images that dissented from the dogmatic neo-Confucian morals supported by the caste of the Samurai that controlled Japan’s central government. Shungas were expressions of an ideology and hint at certain analogies with the contemporary world, with its echoes of the philosophy of the flow and of transformation opposing the heavy oppression exercised by social and political scales on the individual’s role and identity. For this and other reasons, as a hostage of destiny, I decided to conceive a fanzine here, in Ticino, between the echoes that slide immanently from the slopes of Monte Verità, which is so dear to me. So as to feel myself a little like a travelling bookseller and lender of erotic publications for a readership of art lovers and to have Shungas in my warrior’s trunk, preserving me from destruction and leading me to victory, as used to happen in the Edo period. And also because of the fortuitous coincidence with the exhibition Shunga. Art and Eros in Edo Period Japan at the Heleneum in Lugano, which opened in October 2010, shortly after mine. But above all to venture where our conscience does not take us, with an astigmatic view of reality. […] Massimo Vitangeli (translation Pete Kercher)


Massimo Vitangeli, SHUNGA, CACTyou! Fanzine #4, 2011


15 October 2011

INTERVISTA di Paolo Carta a Mario Casanova per Poxart

Paolo Carta: Ciao Mario, grazie per aver accettato la nostra intervista.
Sei il direttore del CACT - centro arte contemporanea ticino, che si trova a Bellinzona in Svizzera. Da cosa nasce la tua attuale professione, qual’è stato il tuo percorso?

Mario Casanova:
Innanzitutto sono io a ringraziare Poxart per avermi invitato a rispondere ad alcune domande sul tema dell’arte.
Contrariamente a quanto si possa pensare, la mia formazione non è stata per niente legata alla storia o alla critica d’arte e/o nemmeno all’esperienza in gallerie.
La mia formazione è musicale. Ho studiato pianoforte a Londra e un poco a Parigi, anche se l’interesse e l’amore per l’arte visiva erano già conclamati sin da giovinetto. Parallelamente ai miei studi, realizzavo dipinti e oggetti di arte visiva, che ho esposto in gallerie e musei. Ciò avveniva negli anni Ottanta.
Nel 1994 ho fondato il CACT con una mostra dedicata all’artista Martin Disler; sia negli spazi del CACT che nel castello di Bellinzona, Castelgrande, chiudendo così il ciclo di mostre a lui dedicate prima alla Whitechapel, Lenbachhaus München e alla Kunsthalle Basel. Un inizio che mi ha messo davanti agli occhi la forza dell’arte.
L’incontro con Martin Disler, venuto a mancare nel 1996, ha segnato indelebilmente il mio percorso professionale ed è, ancor oggi, una figura chiave per capirmi.
Dal 2000 ho ricoperto cariche pubbliche, che ho dismesso definitivamente nel 2008, rimettendo completamente in gioco la figura e le responsabilità del curatore, del concetto di avanguardia e della famigerata politica culturale.


 Mario Casanova negli studi della RadioTelevisione Svizzera Italiana, 2008

P.C.: Potresti descrivere il CACT ai lettori di Poxart.it dando una visione generale anche delle attività e delle scelte attuali?
M.C.:
In questi 17 anni di attività, il CACT sotto un’unica direzione, ha dovuto necessariamente fare un lavoro di riattualizzazione continua per cercare di restituire al suo pubblico un’immagine fedele del mondo che cambia. All’inizio delle nostre attività, ho intercalato molto la presenza di artisti importanti con l’ultimissima generazione, cercando di coprire così alcune falle che la museologia svizzero-italiana non aveva mai colmato.
Dai primi anni 2000 ho affrontato un discorso diverso per quanto attiene alla ricerca attorno alle ultime generazioni. La totale consapevolezza che le ideologie e le avanguardie siano ormai completamente sparite (così come gran parte di esse si siano rivelate totalmente inutili ai fini di una lettura imparziale dell’arte), l’approccio alla creatività artistica è pure cambiato. Ho cercato io stesso di rimettere fortemente in dubbio l’efficacia di un modello istituzionale borghese, fondato sul concetto di mercato dell’arte (e di cui molto musei sono ancora vittime), e che ha in gran parte inibito l’avvicinamento critico all’arte e alla cultura.

P.C.: Tempo fa, in una discussione via Facebook, hai espresso il desiderio di modificare il CACT; c’è qualcosa che non ti piace? Cosa vorresti fare, un cambiamento radicale o implementare l’attuale situazione?
M.C.:
Sfiori un tema, che ho ridiscusso con il nostro coordinatore, l’artista Pier Giorgio De Pinto, e con Massimo Vitangeli dell’Accademia di Urbino, poco prima che iniziassi a rispondere alle tue domande. Sì, in effetti, sono in atto dei cambiamenti abbastanza importanti, nella misura in cui non è forse più possibile concepire un museo, il cui spazio per il pubblico è destinato unicamente a mostre d’arte. Vorrei per il 2012 che lo spazio a disposizione divenga più flessibile, senza ruoli precedentemente definiti… che lo spazio assuma identità diverse per produzioni diversificate. L’idea di poter rendere pubblica una parte privata, come la possibilità – per esempio – di ospitare un artista con il suo ufficio o per un workshop, così come invitare il visitatore a vedere ciò che succede realmente dietro le quinte di un’istituzione (l’ufficio reso pubblico), mi avvicina all’idea di casa o istituzione privata che apre le sue porte con la voglia di ospitare e discutere con il suo pubblico. Dare anche all’artista esposto e al suo lavoro quella dimensione più umana, cosa abbastanza rare oggi presso le istituzioni pubbliche.
Già a partire da quest’anno, Pier Giorgio De Pinto ha cercato di dare corpo a queste modalità di ambientazione. Gli eventi/incontri ch’egli organizza con relatori o per video screening di giovani artisti tendono proprio a togliere quella separazione che solitamente c’è tra il museo pubblico e i suoi avventori. Essendo il CACT uno spazio privato e non pubblico, una delle priorità, credo, sia proprio questa. Parlare di ‘salotto’ è forse esagerato, ma lo spirito potrebbe essere questo e giusto.
Un cambiamento radicale non è possibile, poiché bisogna dare comunque continuità a determinati artisti che stiamo seguendo. Poi c’è l’aspetto del MACT Museo d’Arte Contemporanea Ticino, la cui raccolta verrà circuitata entro determinate mostre, a indicare i gusti di un determinato collezionista. Il collezionismo e la collezione privata rimane uno dei punti forti del mondo dell’arte, che – tra l’altro – si sta valorizzando molto a fronte di una forte caduta delle istituzioni pubbliche.


P.C.: La giovane arte è il futuro di ogni cultura e da Direttore-Talent Scout quale sei, hai sempre dato spazio ai giovani artisti. Posso ricordare l’ultima collettiva, “Campus” in cui espone tra gli artisti anche Chiara Seghene, artista di Santa Teresa di Gallura, prima studente dell’Accademia di Belle Arti di Sassari e poi di quella Urbinate. Come si pone il CACT verso i giovani artisti? Devi mediare spesso o hai sempre avuto carta bianca?
M.C.:
Come hai ben detto, il compito di un curatore è anche quello di scoprire e anticipare il futuro. Da anni mi occupo di arte nel senso della creazione di un corridoio tra ciò di cui abbiamo conoscenza e le nuove ricerche. È inutile ricordarti alcune mie scoperte che sono sembrati in determinati momenti segno di lungimiranza…
Fai bene a citare CAMPUS, attualmente in corso al CACT, poiché questa mostra va oltre il concetto di esposizione di arte giovane, ma si iscrive in un progetto molto più ampio; cioè la collaborazione in forma di partenariato con l’Accademia di Urbino nella persona di Massimo Vitangeli, professore a Urbino e Macerata. La mostra è uno degli aspetti di questa collaborazione, che ha lo scopo di creare – in generale – legami e un ponte tra la realtà accademica e la pratica dell’arte. La fase curatoriale mette anche i giovani artisti a confronto con un mondo, che non sempre è percepibile quando si studia o si è entro l’istituzione. Il Professor Vitangeli, che non è un semplice insegnante e basta, ha colto questa sottile e sostanziale differenza tra due universi che dovrebbero porsi in continuo contatto, ma anche in antitesi equidistante. Così come pure l’identità del museo non può più ridursi alla conservazione ed esposizione di opere d’arte, consapevoli come lo siamo, che la fruizione si fa ad altri livelli e con modalità diverse. Da un recente studio che il CACT ha fatto per il portale kunst-vermittlung.ch, ci siamo accorti che le informazioni circa le mostre, gli artisti e/o le nostre attività in generale vengono filtrate inizialmente da un’utenza fondamentalmente telematica. Se il nostro sito soltanto viene visitato nei mesi di punta da oltre 40'000 persone ogni mese, ecco che anche conferenze o incontri vanno proposti anche in formati telematici, così come le mostre andrebbero puntualmente corredate da video-interviste etc. Penso al progetto streaming TV, ai blog etc. Ecco che la presentazione di un giovane artista si potenzia e si moltiplica con diversi mezzi di comunicazione. Il progetto CACTyou! si sta occupando proprio di mediazione culturale con lo scopo di meglio capire il rapporto offerta-fruizione.
Della mostra CAMPUS uscirà tra poco un interessante documento filmico con interventi miei e di Massimo Vitangeli.
Per quanto riguarda l’ultima parte della tua domanda, non ho mai dovuto mediare. Mi sono sempre imposto ‘carte blanche’…

P.C.: Da che ti conosco hai sempre espresso un parere positivo e interessato verso gli spazi autonomi, definendoli anche come il futuro dell’arte. Quale pensi sia e come credi si debba sviluppare il contributo di questi spazi verso l’arte e la società che li “contiene”? La ricerca è più attiva in questi spazi?
M.C.:
Credo che negli ultimi anni abbiamo assistito alla goffa caduta della politica culturale internazionale, volta ad aziendalizzare e a istituzionalizzare il museo, creando consigli di fondazione in realtà pensati come fossero di amministrazione. Politici, banchieri, direttori di ditte farmaceutiche ne fanno parte; gli esperti d’arte sempre meno. E sappiamo anche che laddove la politica mette il naso in ambito culturale, solitamente globalizza la cultura stessa. Il museo fa lo stesso discorso, presentando una programmazione che strizza l’occhio al mercato, allorquando l’istituto d’arte è per definizione luogo di dialettica, ricerca e scoperta delle nuove tendenze. Il problema accademico-scientifico si muove nella geografia della sclerotizzazione dell’arte, tentando di razionalizzare qualcosa che razionale non è.
Da qualche anno, tuttavia, assistiamo a un fenomeno abbastanza incoraggiante, che si contrappone alla museificazione per una museologia privata. Esso prevede nuove ed entusiasmanti correnti di pensiero e dialettica tra i linguaggi artistici. Sono da poco rientrato da Berlino, dove ho avuto modo di constatare direttamente quanto i collezionisti privati abbiano voglia di crea il loro proprio luogo d’arte, ribadendo il loro proprio gusto estetico e dando indicazioni su cambiamenti epocali in corso. Ciò avviene un po’ dappertutto in Europa con effetti e approcci all’arte diversi e non indirizzati esclusivamente al mercato.
Da questa reale constatazione si rafforza l’interesse per le piccole realtà, dai musei di dimensioni ridotte, ma che si concentrano meglio sulla ricerca, ai centri autonomi (vero humus per una vigorosa creatività giovanile). Insomma, per risponderti senza mezzi termini, la ricerca in queste realtà è senz’altro più attiva, poiché quasi sempre costituite da team di lavoro composti da giovani storici e curatori e artisti che non sentono il dovere di essere ‘impiegati’ statali. Raramente gli esperti dell’arte sono più stupidi del politico o della persona di potere che pretenderebbe gestirli.
Del resto, quando ero presidente della Commissione artistica dell’Istituto svizzero di Roma, si pensava apertamente che senza banche, multinazionali etc. l’arte sarebbe scomparsa. La crisi finanziaria del 2008 e l’andamento dei mercati non ha certamente messo in pericolo la cultura, bensì posto in discussione la cultura dell’ignoranza e la logica di potere e del profitto in ambito artistico.

P.C.: La Sardegna, nonostante la voglia, la passione e la professionalità di buona parte del panorama artistico, non riesce a decollare e a creare un circuito tale che riesca ad esportare la propria arte senza farla implodere. Da esterno, cosa pensi che manchi alla Sardegna, intesa sia per il privato che per il pubblico? Quali gli investimenti da fare e gli obiettivi da raggiungere?
M.C.:
In fondo anche tu stai parlando di politica culturale. Una regione, come tu la definisci, periferica dovrebbe porsi in mezzo al flusso dinamico di oggi. Sembra sciocco ciò che sto per dirti, ma ho trovato molto interessante scoprire che nella collezione del MAN c’è un artista sardo, Dino Fantini, che da bambino ho visto tra le opere di famiglia. È quasi paradossale dirlo, ma portare nei musei decentrati ciò che potresti vedere a New York, Parigi o Londra con la pretesa di internazionalizzare, isola ancora di più la produzione di una regione; annientando il regionalismo si favorisce l’arte di mercato e di regime. Questo è il grande errore degli anni ’80, questo è il grande errore della globalizzazione e industrializzazione della cultura e delle arti degli ultimi 20-30 anni. Che senso ha avuto costruire il Guggenheim di Bilbao, città visitata per il museo di Frank O’ Gehry? A lungo andare nessuno… non aggiunge un valore a ciò che già conosciamo e seppellisce quanto di autentico esiste.
Parlare di investimenti equivale a discutere di cultura e non di vetrina dell’arte. Anche in questo caso il collezionismo è vitale, così come l’impegno degli artisti a tessere legami tra le istituzioni. In questo senso, il progetto pilota cui stiamo dando corpo con l’Accademia di Urbino è importante; esso rimette in contatto tutti gli operatori del sistema dell’arte. Questa intervista ne è un tassello.

P.C.: Da Direttore di Museo quale sei tu, come vedi l’unica vera realtà museale in Sardegna, il MAN di Nuoro diretto da Cristiana Collu? Secondo te, negli anni e con i finanziamenti che sono diminuiti, avrebbe potuto fare scelte diverse?
M.C.: Molto spesso di un museo – proprio per la logica della sopravvivenza dalle iene della politica – un direttore deve fare compromessi, cosa che non avviene negli spazi indipendenti, centri autonomi o musei privati. Ho poc’anzi dato delle informazioni circa la mia esperienza, in passato, all’interno di un consiglio di fondazione, laddove la politica culturale era politica e basta.
Il MAN di Nuoro è senza dubbio un contatto importante nel panorama sardo, e sarebbe un peccato se non ci fosse, poiché sarebbe triste non poter essere qui a parlarne, considerato che, come tu dici, questa è comunque l’unica realtà al nord della Sardegna.
Un problema che vedo spesso un po’ dappertutto – anche qui in Ticino – è la mancanza di considerazione di spazi alternativi indispensabili per la sperimentazione dell’arte, un luogo dove l’attuazione di visioni è terreno fertile per le generazioni a venire… quasi sempre realtà volute dagli artisti e potenziatesi con il tempo e la durata.
Per rimanere in Italia, abbiamo visto come importanti realtà parallele e alternative al panorama museale sono andate perse; penso alle Papesse a Siena, a Villa Manin, alla Galleria Civica di Trento diretta da Fabio Cavallucci e tante altre che dimentico di citare.
Il partenariato che il CACT sta siglando con l’Accademia di Urbino ha appunto lo scopo di saldare maggiormente i legami tra la scena emergente e l’istituzione che dovrebbe fare da cassa di risonanza alle nuove realtà nascenti. La Svizzera ha da anni adottato la politica della creazione della Kunsthalle, vero e proprio luogo cuscinetto di produzione diretto dell’arte giovane.

di Paolo Carta
(Intervista pubblicata per gentile concessione di Poxart.it e dell'autore)

15000 VISITS!!! THANKS SO MUCH!

26 September 2011

I RIFLESSI DELL’ACQUA LENISCONO I SEGNI

Laura Solari, Déjà-vu, 2011

I RIFLESSI DELL’ACQUA LENISCONO I SEGNI

Alina Mnatsakanian, Laura Solari

Vernissage__sabato 8 ottobre 2011 alle 17:30

8 ottobre– 13 novembre 2011
Ve-sa-do_14:00-18:00 

Il concetto di appartenenza rimette in discussione quello stesso di Storia.
Il filo tematico della mostra che si apre presso il CACT Centro d’Arte Contemporanea Ticino riaffronta questo importante argomento, laddove la liquidità della coscienza storica pone in bilico la stessa nostra appartenenza al mondo delle scelte e delle azioni.
L’arte, luogo della visione e psico-geografia per eccellenza, resta uno specchio fondamentale per la lettura analitica dell’irrazionale e del soggettivo. Gli artisti invitati, Alina Mnatsakanian (1958) e Laura Solari (1971), si sono chinati su questo tema; chi per un vissuto personale, chi in maniera più analitica.

Laura Solari, Déjà-vu, 2011

L’artista armena Alina Mnatsakanian ripercorre il filo della Storia e della sua storia personale presentando tre lavori a carattere installativo. L’opera House on Wheels (2000), che apre l’intera esposizione, è quasi autobiografica nel segno della diaspora e del viaggio-erranza materiale che diventa ridefinizione d’identità interiore e culturale. lo scheletro di una casa su quattro ruote abitata da ricordi è affiancata da una proiezione a muro di grande formato con immagini appartenenti al passato dell’artista.
Le due opere video One person died (2011) e Purification (2011) rimandano attraverso la lettura soggettiva dell’artista al carattere sistematico di ogni genocidio e al processo di purificazione, che Mnatsakanian identifica nell’acqua, quale elemento di cancellazione del male, della sporcizia e dell’immoralità.

Laura Solari, Déjà-vu, 2011

Anche Laura Solari presenta, per questa doppia personale, opere che riabitano e riconfigurano lo spazio, ponendosi in parallelo con Mnatsakanian per quanto riguarda l’approccio al tema della mostra. Le sue opere sono più analitiche e meno legate alla propria identità culturale e religiosa. Tuttavia Solari crea alti momenti di iper-realtà attraverso installazioni sonore come Nature Sounds (2011) o Vanitas (2011), fotografiche come Déjà-vu (2011) oppure intervenendo in generale nel concreto della rappresentazione aggiungendo e coniugando al reale puro il proprio vero soggettivo.

Laura Solari, Déjà-vu, 2011

 Laura Solari si avvarrà, per l’opera Rekall (2011), della collaborazione di Plinio-Natale Cemento-Müller, con cui essa ha da poco realizzato un intervento artistico-contestuale per Arspolis #1 a cura di Pier Giorgio De Pinto.

Sabato 8 ottobre, a partire dalle 17.30, verrà inaugurato anche il sito Rekall.ch di Laura Solari e Plinio-Natale Cemento-Müller. Rekall.ch è un sito gratuito di annunci di ricordi d’occasione, sul quale sarete cordialmente e calorosamente invitati – ovunque voi siate – a inserire l'annuncio di uno o più ricordi, vecchi o recenti, da vendere, comperare, scambiare o regalare.

Entrambe le artiste impiegano un linguaggio altamente politico e con un taglio per certi versi militante e sociale, anche se ricordo, memoria e immaginario sono e rimangono componenti fortemente ancorati all’espressione artistica.

Riflessioni di Mario Casanova, 2011


Alina Mnatsakanian, House on Wheels, 2000


Reflections ofF water soften impressions

Alina Mnatsakanian, Laura Solari

Vernissage__Saturday 8 October 2011 at 5.30 p.m.

8 October– 13 November 2011
Fri-Sat-Sun__2.00-6.00 p.m. 

The concept of belonging posits a fundamental questioning of the very concept of History itself.
The Leitmotiv in the exhibition opening at the CACT – Contemporary Art Centre in Canton Ticino – tackles this vital issue, since the fluid nature of historical awareness sets our very sense of belonging to the world of choices and of actions on the knife-edge.

As a locus of vision and of psychological relation to space par excellence, art remains a crucial mirror for reflecting upon analytical interpretations of the irrational and the subjective. The invited artists – Alina Mnatsakanian (1958) and Laura Solari (1971) – have set their hands to this theme, whether by virtue of personal experience or in a more analytical vein.

The Armenian artist Alina Mnatsakanian retraces the thread of History and of her personal story, presenting three works of installation. Her House on Wheels (2000), which opens the entire exhibition, is almost autobiographical in its reference to the diaspora and to the material errant journeying that develops into a redefinition of an intimate, cultural identity. Here, the skeleton of a house mounted on four wheels and inhabited by memories is flanked by a large-scale projection onto the wall, showing images from the artist’s own past.

The two video works One Person Died (2011) and Purification (2011) offer a subjective reading of the artist that reminds the observer of the cold systematic calculation at work in every case of genocide and of the process of purification, which Mnatsakanian identifies in water, as the element that washes away all evil, all filth and all immorality.

For her part in this twin one-woman show, Laura Solari is also presenting works that re-occupy space and modify its layout, impacting in parallel with Mnatsakanian with regard to her approach to the exhibition’s theme. Her works are more analytical, less closely linked to her own cultural and religious identity. Nevertheless, Solari generates moments of hyper-realism with such sound installations as Nature Sounds (2011) and Vanitas (2011) and photography works like Déjà-vu (2011), as well as by the way she makes her presence felt in general in the concrete dimensions of representation, adding her own subjective truth to reality and conjugating them together.

For her work Rekall (2011), Laura Solari will be assisted by Plinio-Natale Cemento-Müller, with whom she recently completed an artistic-contextual project for Arspolis #1, curated by Pier Giorgio De Pinto.

Saturday 8 October starting at 17:30 with the opening the free website Rekall.ch by Laura Solari and Plinio-Natale Cemento-Müller will be online for the public. In the site – wherever you are – the visitors are cordially invited to put second hand advertisements of old or recent memories you wish to sell, to buy, to exchange or simply to offer as a present.
Both of these artists use a highly politicised language, whose tones are sometimes militant and social, although reminiscence, memory and imagery are and remain components anchored firmly to their artistic expression.

Reflections by Mario Casanova, 2011 [translation Pete Kercher]



19 September 2011

Arspolis_ Un grande successo! A great success!

Arspolis has been the event of the month for Lugano. Almost one thousand people were on the streets of the "Extimacy City"! Here some pics of the event. As soon as possible we will post the complete album of photos.
Arspolis è stato l'evento del mese di Lugano. C'erano almeno mille persone per le strade della "città dell'extimità". Qui alcune foto dell'evento. Appena possibile posteremo l'intero album fotografico.








07 September 2011

ARSPOLIS evento #1 a cura di Pier Giorgio De Pinto

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Arspolis evento #1

EXTIMITA’. LO SCONOSCIUTO FAMILIARE. REALE, SIMBOLICO E IMMAGINARIO DELL’ALTRO.

a cura di Pier Giorgio De Pinto

Via Lavizzari, Via Canonica, Viale Cassarate, Il Foce
Lugano, 16 settembre 2011
Ore 18:00 - 05:00