08 August 2011

CAMPUS. LA SCENA ARTISTICA EMERGENTE ITALIANA.

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CAMPUS. LA SCENA ARTISTICA EMERGENTE ITALIANA.

Federica Bocchi, Kane Caddoo, Jacopo Pannocchia, Chiara Seghene, Stefano Teodori

Vernissage__sabato 13 agosto 2011 alle 17:30

13 agosto – 18 settembre 2011
Ve-sa-do_14:00-18:00


 


La ricerca di giovani artisti emergenti, humus ed espressione della contemporaneità, è tra i computi di un Istituto d'arte. CAMPUS è una mostra nata da una ricerca fatta in collaborazione con Massimo Vitangeli, artista e professore all’Accademia di Urbino e di Macerata, attorno all’estetica della comunicazione e dei nuovi linguaggi. La concomitanza con la 54. Biennale di Venezia, ove sono presenti autori italiani che da tempo lavorano con il CACT (Vitangeli, La Rocca, Seghene), danno ancor più spessore a questa esposizione. Il forte legame che un luogo d’arte dovrebbe mantenere con le Accademie d’arte costituisce l’‘investimento’ di idee per il futuro.


La concentrazione sulle dinamiche non certo avulse alla crisi del modello borghese garantista, ormai visibilmente in crisi, si riflette in maniera diretta, quanto disparata, sulla produzione artistica attuale. Come più volte ribadito, il vuoto viepiù grande per quanto attiene ai riferimenti alle avanguardie – e il loro totale revisionismo – pone l’espressione artistica al centro di uno studio, in grado di depistare fortemente la critica d’arte e il concetto di evoluzionismo storico entro un percorso progressivo. Se molti critici, come lo stesso Jerry Saltz, parlano (riferendosi alla penultima generazione) di un discendenza senza identità, in realtà – a ben guardare – la ricerca artistica non si fa più attraverso lo studio di nuovi stilemi, quanto piuttosto attorno all’uomo deposseduto di un contesto sociale e umano a lui vicino e nel quale egli dovrebbe riflettersi. Le avanguardie, così come i modelli borghesi tutti hanno verosimilmente perso il loro impatto utile o utilitarista.


Contro la visione illuminista meramente formale, garantista e mercantile, di cui il regime democratico contemporaneo incarna l’apice di una nemesi storica, l’ultima generazione – figlia di un apparato comunicazionista planetario – si contrappone, all’interno della società, al ruolo dell’‘individuo’ per riappropriarsi dello statuto di ‘persona’ dagli accenti egocentrici, quanto dionisiaci e sciamanici, incrociati: al di fuori, quindi, dei criteri di una lettura più razionale, cui ci siamo fin troppo abituati. Il concetto globale di massificazione dell’arte attraverso stili, mode e modelli da seguire/imitare per la costruzione di un sé cosciente viene fortemente messo in discussione, così come sulla bilancia è l’assetto sociale contemporaneo e il pensiero debole tutto. Attorno a ciò che in maniera aleatoria viene già definita una ‘retroguardia’ vi è ancora molto da discutere, non solo in termini artistici e culturali, quanto anche attraverso il loro approccio antropologico, sociologico o filosofico.


Una delle particolarità degli autori presi in considerazione rimane il forte legame con la Storia della rappresentazione, non già manifestata attraverso linguaggi multimediali, bensì superandoli e vanificando così il dogma delle avanguardie. I loro stilemi non appartengono più alla conquista tecnica o tecnologica, bensì li ricollegano al mezzo espressivo che più si avvicina alla loro esperienza individuale e tattile, meno visiva e non già collettiva.


Se KANE CADDOO (1987), italiano di origine irlandese, si riappropria della Street Art e del Graffiti per fonderlo con una visione personale espressionista, laddove la musica Jazz ne costituisce un elemento fondamentale. CHIARA SEGHENE (1983), multimediale, affronta con molti mezzi – e come donna – la sua appartenenza culturale e religiosa.


STEFANO TEODORI (1986) usa il mezzo filmico bilanciandosi tra il video d’artista, il clip e lo spot pubblicitario. FEDERICA BOCCHI (1985) ripensa la sua identità femminile ripercorrendo il filo del ricordo e della nostalgia saldamente legata alla storia delle generazioni. JACOPO PANNOCCHIA (1987) segue fondamentalmente i segni lasciati dalla tradizione pittorica italiana, anch’egli con particolare attenzione critica nei confronti della sua cultura psico-geografica e religiosa. Interessante rilevare come la sua attività visuale si affianca a quella di batterista in una formazione musicale.
CAMPUS. THE ITALIAN EMERGING ART SCENE.

Federica Bocchi, Kane Caddoo, Jacopo Pannocchia, Chiara Seghene, Stefano Teodori

Vernissage__Saturday 13 August 2011 at 5.30 p.m.


13 August – 18 September 2011

Fri-Sat-Sun__2.00-6.00 p.m.




To search out emerging young artists, the very humus and expression of contemporary life, is one of the tasks of an art institute. CAMPUS is an exhibition that derives from research conducted in partnership with Massimo Vitangeli, an artist and professor at the Academies of Fine Arts of Urbino and Macerata, looking into the aesthetics of communication and of new languages. The fact that this exhibition coincides with the 54th Venice Biennale, which is hosting several Italian artists with a long tradition of working with the CACT (Vitangeli, La Rocca and Seghene), gives it even more substance. The strong bond that every art venue should maintain with the Art Academies is no more nor less than a sound investment in the ideas for the future.



The focus on the (not exactly crisis-free) dynamics of the now visibly crisis-ridden bourgeois model, with its built-in guarantees of individual rights and freedoms, is reflecting directly and variously on today’s artistic output. As I have repeated on several occasions in the past, the increasingly gaping void with regard to references to the avant-gardes – and their utter revisionism – puts artistic expression in the centre of a study that has what it takes to throw art criticism completely off track, together with the concept of historical evolution along a path of progress. While many critics, including Jerry Saltz, talk about a descent without identity (when discussing the last generation but one), in reality a closer look reveals that artistic research is not conducted by studying new styles any more these days, but by investigating mankind taken out of the social and human context close to it, the one in which it ought to be reflected. Just like all bourgeois models, the avant-gardes have in actual fact lost their useful or utilitarian impact.


Setting itself up against the mere formalism, mercantilism and guarantee of the enlightenment vision, of which today’s democratic system constitutes the pinnacle of an historical nemesis, the latest generation – itself the offspring of a global village of communications – stands for something in society that counters the role played by the “individual”, preferring to reclaim the status of the “person” with tones as egocentric as they are dionysiac, shamanic and cross-fertilised, so quite outside the confines and criteria of the more rational interpretations to which we are maybe a little too accustomed. The very reasoning of the global concept of mass consumption of art facilitated by styles, fads and fashions that we are induced to follow and/or imitate as a way of building a conscious self comes in for serious questioning, just as the way in which society is arranged today and weak thought as a whole are being weighed up on the scales. There is still plenty of scope for discussing what has already been described rather randomly as a “rear-guard”, not only in artistic or cultural terms, but also their anthropological, sociological or philosophical approach.

One of the particular features of the artists under consideration here remains their vigorous bond with the history of representation, displayed not by using multimedia languages, but by surpassing them, so thwarting the dogma of the avant-gardes. No longer can their styles be classified under the heading of technical or technological achievements: they actually link them to the means of expression that comes closest to their individual experience, which is tactile, less visual and not at all collective.


While KANE CADDOO (1987), an Italian with Irish roots, reasserts himself in Street Art and Graffiti, melding them with a personal Expressionist vision, with jazz music constituting a fundamental element, the multimedia artist CHIARA SEGHENE (1983) applies a variety of media – and her attitude as a women – to express her sense of cultural and religious belonging.

STEFANO TEODORI (1986) uses the medium of film, striking a balance between the artist video, the video clip and the advertising spot. FEDERICA BOCCHI (1985) reinvents her feminine identity by going back over her memories, together with the nostalgia that is such an important part of the story of successive generations. While JACOPO PANNOCCHIA (1987) basically follows the traces left by the Italian tradition of painting, also paying special critical attention to its psycho-geographical and religious culture, it is interesting to note how his visual work keeps pace with his role as drummer in a musical line-up.


Mario Casanova, 2011 [translation Pete Kercher]

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