04 February 2016

SESSANTOTTO e DINTORNI, testo di Mario Casanova



Sessantotto e dintorni

Parlare di Sessantotto o anche solo farne riferimento non è facile, perché è come chiaccherare di un argomento o di un evento che tutti più o meno conoscono e di cui sanno per rifrazione, ma che fondamentalmente non è mai esistito; una visione, una vera e propria utopia, che muore nel momento in cui tenta di nascere come forma artistica. Poiché le visioni e le utopie sono proprio quegli ingredienti catartici alla base dell’arte e del mistero della creazione, che si fanno forma allorquando cercano di sfuggire dalla sua definizione, quasi la formalizzazione di un pensiero che diventa logo fosse già, per sua stessa definizione, intrinseca prigione. E l’arte è proprio come la libertà; sconfinata, senza limiti morali, ove tutto è possibile, senza costrizioni ideologiche e significanti privi di significato; una camera delle curiosità, finché la sua definizione la trasforma nel nostro stesso carcere.

Il tentativo szeemaniano di approcciare il linguaggio artistico attraverso una nuova forma curatoriale che tentasse di riportare alla superficie – liberandola – l’esperienza concettuale ma anche l’impegno civile, politico e socialmente militante dell’artista e degli stessi curatori, fu sicuramente la via da percorrere in quegli anni. Egli tentò, infatti, di dare forma alle attitudini, transitando dall’esperienza visiva all’espressione dell’esperienza concettuale liberata da ogni paradigma accademico. E la sua visione fu proprio uno degli ultimi importanti tentativi, nel XX secolo, di coagulo di un pensiero entro una società ancora fortemente propensa a un certo modello democratico attraverso le ideologie politiche o i manifesti artistici collettivi tipici delle avanguardie, alle varie forme di socialismo.
Ma cosa è evidentemente fallito per Szeemann, quand’egli stesso sentiva all’inizio del nuovo Millennio il bisogno ‘di cambiare tutto’, poiché ‘tutto era da cambiare’? Perché l’esperienza e la visione pasoliniana, all’interno della rilevanza universale del suo messaggio, si ostina a rimanere una utopia per quei pochi visionari di allora come di oggi? Due esempi (tra i tanti) di grande coraggio quasi magico, di anticipatori ma allo stesso tempo vittime del dogma sociale e politico, e relegati alla propria unicità individuale.
Da un lato, il quesito è sempre lo stesso; cioè come esprimere attraverso il proprio gesto (Gestaltung) la propria esperienza esistenziale (Erfahrung e anche Erlebnis, perché no?) in un tutt’uno che si chiama Arte Totale, una imperdibile quanto aderente simbiosi tra quello che sei, ciò che fai e come vuoi apparire. Ecco che la forma, il corpo mai si slega dal motore spirituale o anche solo ideale.

Queste forme ribelli o di ribellione nascono verosimilmente, o sicuramente, da momenti di passaggio e metamorfosi epocali e durano nei secoli, poiché vera espressione del bisogno dell’uomo di prevalere sulla morte attraverso la creazione di cellule quasi atemporali e pagane nel verso dell’edonismo, di nuovi ordini spirituali e sociali, o anarchici. Del resto questo è anche il senso che si dà alla Storia. Le varie e variegate forme di Camera delle Curiosità o di Wunderkammer concesse al e dal pensiero (artistico) – dallo studiolo di Francesco I de’ Medici, passando da Louis XIV ultimo vero monarca francese, fino al rapporto tra Wagner e Ludwig II di Baviera, nella cui figura di re illuminato si ravvisa la (in)consapevole fine di un’epoca ch’egli stesso aveva contribuito a decretare come ultima metastasi di una ‘fin de race’ – hanno sempre marcato il grido dell’uomo per la sua sopravvivenza nei momenti storici contraddistinti da crisi temporali e morali di transito e metamorfosi della società.
…poi la visione di Henri Dunant e della sua Croce Rossa, il Monte Verità, che riusciva a coagulare tra le Isole di Brissago, o Saint Léger, e Ascona il traghetto che ci portava gentilmente dal tardo Ottocento scapigliato, o dei fuoriusciti come i russi Troubetzkoy sulla sponda italiana del Verbano, al nuovo visionario che arrivava da un’Europa in guerra e in menopausa esistenziale.
Un nuovo che depennava il denaro per il valore, consapevole della superiorità dello spirito e della visione sulle vanità del possesso e della gestione delle risorse umane.

Questi luoghi reali, visionari e spirituali s’intridono di energia, laddove il genio del luogo prevale su qualsiasi umanità con tutti i suoi limiti temporali. Ecco cos’è forse il Sessantotto; un luogo della mente e dello spirito visionario come pochi altri, laddove l’essere prevale sull’avere e la pienezza dell’esistenza prevale sulla divinazione.

Ecco dove nasce forse la censura e la negazione dell’arte come etichetta della degenerazione umana, ecco dove nasce spesso l’istigazione verso il reale come antitesi totale corrotta all’arte: forse proprio dall’istituzione, dal dogma, dalla forma, che vogliamo a tutti i costi attribuire erroneamente a ogni struttura del pensiero, a questo luogo della mente atemporale, apolide, amorale e infinita.

Cosa hanno sbagliato Szeemann o Pasolini o tutti gli altri? Nulla! Essi hanno dato per acquisire visioni, che molti interpreti della Storia hanno venduto in cambio di denaro e di favori politici. La virtualizzazione ha fatto il resto.

I grandi visionari esistono ancora, oggigiorno spesso nascosti, e ciò che un tempo era il vanto di una società davvero illuminata – per usare un aggettivo mistificatorio che non amo per niente –, oggi costituisce uno dei tanti mali oscuri. In qualche modo la Storia si ripete.

Mario Casanova
Svizzera, 2016


Mario Casanova, Self-portrait, 2014



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